Timeline: il Sudan dal 19 dicembre 2018 al 3 giugno 2019

Dato che è importante coltivare la memoria (ché in questo momento storico ce n’è davvero bisogno), ripercorriamo insieme gli eventi di consistenza politica rilevante in terra sudanese, che ci aiutano a tracciare una linea del tempo di durata semestrale.

Il 19 dicembre, in seguito all’annuncio del rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità e del petrolio, i cittadini manifestano pacificamente lungo le strade di Khartoum (e non solo), tra l’indifferenza quasi totale della stampa italiana. Il bilancio è di decine di vittime.

Il giorno di Natale vede migliaia di protestanti spostarsi dallo stadio di Omdurman al centro di Khartoum per esercitare il semplice diritto alla libertà di espressione. Risultato: pallottole ad altezza d’uomo, arresti, pestaggi. Interrogatori. Intanto il dittatore Omar al Bashir tiene ancora in mano la situazione politica del paese, nonostante il rientro in città del capo delle forze d’opposizione.

Il 22 febbraio 2019 al Bashir scioglie il governo, ma sarà solo in seguito a sit-in di durata prolungata tenuti fuori dal quartier generale delle forze armate che, l’11 aprile si dimetterà definitivamente. Lascia tuttavia il paese nel caos.

Si forma un governo militare di transizione, con non poche difficoltà: Ibn Auf, capo del TMC (transitorial military council) e già figura di spicco all’interno del regime, annuncia la sospensione della costituzione e il prolungamento dello stato di emergenza. Mossa che è suonata come una volontà di continuità con i vecchi sistemi e i manifestanti, perciò, non sono arretrati di un centimetro.

Di fronte quindi alle pressanti richieste di una cessione di potere ai civili, Ibn Auf e Salah Gosh, capo dei servizi segreti, si dimettono.

Al TMC sale dunque Abdel Fattah al Burhan, ritenuto una figura poco compromessa con il precedente governo e qui si aprono le porte a veri e propri negoziati che avevano le sembianze, almeno in un primo momento, di una vera discontinuità politica.

Il 13 maggio però, uomini armati non meglio identificati hanno aperto il fuoco sui manifestanti raccolti al di fuori del quartier generale in un pacifico sit-in, uccidendo 5 innocenti e dichiarando, di fatto, la rottura di ogni possibilità di dialogo con la popolazione.

Il 3 giugno, infine, si è consumato reale massacro. Ad adoperarsi per lo scopo, però, non sono state solo le forze armate. Con loro sono stati assoldati dal governo i così chiamati Janjaweed, gruppo armato filogovernativo con il solo scopo di istituire un vero e proprio regime del terrore a spese dei cittadini. Sono stati già largamente impiegati nelle stragi della regione del Darfour e si servono di mezzi quali stupro, percosse, vessazioni e umiliazioni verbali e non, pur di scoraggiare la massa dal conseguire il proprio obiettivo.

La popolazione, però, è pronta alla totale disobbedienza civile.

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