Giovani a capo della rivalorizzazione degli orfanotrofi in Sudan: così nasce Fill a Heart


Mohammed Mustafa Abubaker, ideatore dell’iniziativa, ha rivolto lo sguardo alla realtà degli orfani sudanesi, anello già debolissimo e surclassato dalla violenza delle rivolte che, solo un anno fa, attanagliavano la capitale e non solo. Iscritto alla facoltà di medicina della University of Khartoum, a 24 anni sta ristrutturando gli orfanotrofi del suo paese con la sola partecipazione attiva dei piccoli finanziatori.

Una famosa canzone americana descriveva così New York: “una giungla di cemento di cui sono fatti i sogni”. Oggi potremmo dire lo stesso di Khartoum. A un anno da quel sanguinoso 3 giugno, in cui le milizie di al Burhan (insieme alle forze paramilitari del paese come le forze di supporto rapido ma anche i servizi segreti) sopprimevano con le armi e i fumogeni le proteste non violente dei cittadini radunati nel sit in di fronte il quartier generale dell’esercito, oggi la città è teatro di diverse iniziative sociali, volte a dare un contributo per la ricostruzione del volto democratico del paese. È in questo clima che nasce Fill a Heart.
“I bambini non conoscono l’amore materno o paterno, e hanno spesso un passato di abusi e violenze. Il nome della campagna è motivato dal fatto che tutori ed educatori sono degli sconosciuti che cercano di dar loro l’opportunità di vivere un’infanzia felice, serena. Loro non conoscono queste sensazioni”. Così esordisce Mohammed parlandoci del suo progetto.

Il primo target della loro azione è stato il Mygoma Orphanage, situato nei pressi della capitale. Si tratta di un orfanotrofio con una capacità di 600 posti, ma una struttura ormai fatiscente e inadeguata alla crescita dei piccoli ospiti. FaH è stata in grado di prendere piede nella gestione solo dopo che la rivoluzione, per il fatto di aver rappresentato un rovesciamento del potere costituito, ha costretto alla ritirata i vecchi gestori, i quali traevano i loro profitti proprio grazie al sistema corrotto stabilizzatosi negli anni. “Abbiamo cominciato da questa struttura perché la conoscevo già. Ero un volontario. Ma non ci era permesso lavorare direttamente con i bambini. Il nostro contributo era confinato quasi al solo finanziamento economico. I soldi venivano, tuttavia, rubati dai lavoranti e ogni volta che abbiamo provato ad avvicinarci all’amministrazione erano guai seri per noi. Era un luogo impenetrabile alla gente normale. Erano una setta.”
Il Mygoma è stato costruito nel 1961 per ospitare quei bambini abbandonati che nascevano da rapporti forzati o al di fuori di un legame matrimoniale e che venivano trovati per le strade della capitale, o in case abbandonate, o ancora nei bidoni dell’immondizia. Con i cani addosso.
La rivoluzione ha spronato M. ad intraprendere questo percorso di rivalorizzazione all’interno di una realtà caduta in seria difficoltà, a causa del numero degli orfani cresciuto esponenzialmente proprio in seguito alle uccisioni perpetuate a carico della popolazione durante le rivolte. Lo stesso Mygoma, nonostante la sua capacità si è trovato nella necessità di respingere le richieste di asilo sempre più pressanti.

All’interno della struttura la situazione ereditata da M. e il suo gruppo (all’inizio pochi colleghi di università ma in seguito molto più numerosi e giovanissimi) non è stata facile da gestire: la mortalità infantile era di 33 bambini al mese (dato raccolto a settembre 2019). Questo dato, secondo lo stesso fondatore, è dovuto alla mancanza dei servizi primari: “I bambini muoiono per una semplice febbre o a causa della malaria. Questo si previene semplicemente con le zanzariere”. Continua: “All’interno dell’orfanotrofio cerchiamo di garantire migliore illuminazione, ventilazione, aria condizionata. Proviamo a fornire un luogo più sicuro in cui crescere, insomma. Stiamo creando un piccolo spazio in cui studiare e installando un playground. Al momento possono solo leggere sul pavimento, sfruttando la luce naturale. Vorremmo che questo posto diventasse una casa che permetta loro di crescere sia fisicamente che mentalmente”.

L’aspetto più innovativo, tuttavia, nella politica di FaH è il coinvolgimento attivo obbligatorio dei donatori locali. “Poniamo il caso che una persona sia interessata a contribuire economicamente: donerebbe la propria quota e se ne dimenticherebbe, giusto? Con il sistema che abbiamo adottato questo non è possibile. La nostra azione si basa sul contributo di tutti. Di conseguenza vieni chiamato a collaborare “hands on” in una delle attività in corso di svolgimento, che si tratti di semplice pulizia, decorazione e pittura delle pareti o di istallazione di un impianto. In questo modo non solo segui da vicino i lavori e hai la certezza di dove siano finiti i tuoi soldi, ma alimentiamo la partecipazione e la consapevolezza circa l’impegno che rappresenta questo progetto da parte dell’opinione pubblica.”
Un modo per abbattere i costi e sfruttare al massimo le piccole cifre a disposizione, un approccio coraggioso che mira ad alimentare la coscienza collettiva circa la problematica e che ha portato finora al lento raggiungimento dei primi risultati: la ristrutturazione di due soffitti collassati (una tragedia che costò la vita a 60 bambini), 3 bagni, 6 stanze da letto e l’acquisto di 6 piccoli fasciatoi.
La strada è ancora lunga e ottenere fondi non è facile. Mohammed aggiunge a tal proposito: “Convincere i finanziatori è stato uno step molto difficile a causa della rinomata corruzione nel nostro paese. Ma stiamo riuscendo a bypassare il problema con la rendicontazione costante e il loro coinvolgimento diretto”.
A oggi, i maggiori sponsor dell’iniziativa sono liberi cittadini provenienti da tutto il mondo che si servono degli account GoFundMe attivati dall’organizzazione per ricevere i fondi. A loro si affiancano SND-UK e SDN-USA, così come la campagna SudanSafe. Grazie ai contatti sempre crescenti, l’organizzazione ha ingaggiato referenti in US e in Germania (dove si gestiscono i fondi provenienti dai Paesi Europei).

Le occasioni di sponsorizzazione della campagna non mancano, e si organizzano costanti eventi di raccolta fondi dentro e fuori il Sudan. Sembra infatti che anche l’attenzione del WHO sia cresciuta al momento nei confronti di FaH, data la presenza di due ispettori incaricati che hanno visitato la struttura già nel mese di settembre.
Tuttavia l’emergenza covid-19 non ha risparmiato la neonata realtà di Fill a Heart, e i lavori sono stati interrotti per motivi di sicurezza. I fondi, quindi, sono stati in parte destinati alla produzione di piccoli pacchetti contenenti beni di prima necessità e igienizzanti, da destinare a quelle famiglie che non possono permettersi economicamente di rimanere dentro casa. La paura in Sudan, infatti, è che a causa del bisogno di percorrere ogni giorno lunghe distanze per assicurarsi un’entrata finanziaria sufficiente, non si riescano a contenere i contagi. Pertanto più di 500 famiglie sono state raggiunte dalla solidarietà degli ideatori dell’iniziativa.
La pagina di riferimento della campagna è su Instagram e si chiama @fillaheart_fah. In bio e nelle storie in evidenza sono reperibili gli account GoFundMe in cui poter fare donazioni.
Ultima informazione. La mortalità infantile oggi è scesa a 3 bambini al mese.

Link per la pagina Instagram: https://instagram.com/fillaheart_fah?igshid=1xiyp76jopc1v

Il Sudan attraverso gli occhi di una studentessa di medicina in scambio

Mesi fa mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza in Sudan come studentessa di medicina in exchange. A chiedermelo fu Antonella Napoli, direttore di “Focus on Africa”, e questo mi ha dato la possibilità di esplorare i miei ricordi e di riportare nero su bianco come questo paese mi abbia legata per sempre a sè. Oggi, a distanza di un anno dalla mia partenza, condivido qui la testimonianza.

L’articolo è, naturalmente, ancora reperibile sul sito internet http://www.focusonafrica.info/

Il Sudan l’ho scelto per caso. Non sapevo cosa aspettarmi laggiù e forse proprio per questo mi sono lasciata travolgere e conquistare da ogni differenza, piccola o grande, dall’amicizia e dai sorrisi offerti dai colleghi locali.
Infondo era un mese di tirocinio nel reparto di pediatria dell’ospedale universitario.
Il progetto si chiama SCOPE (Standing Committee on Professional Exchange) e ad esso aderiscono più di 120 paesi in tutto il mondo. Per la scelta della mia meta…beh, io sapevo solo di voler andare in Africa e mi fidai del consiglio en passant di una collega dell’ultimo anno.
Arrivati a Khartoum, siamo stati indirizzati verso le nostre destinazioni lavorative.
Nei reparti siamo affidati a tutor. Il mio era un professore poco meno che cinquantenne che attraverso i suoi occhiali riusciva a guardare non solo il tuo grado di preparazione clinica, ma la tua attitudine all’ascolto, il tuo volerti migliorare e la propensione al lavoro. Ci teneva a darti del suo, a far sì che potessi uscire da quel reparto con la consapevolezza di aver acquisito conoscenze in più. E ci è riuscito. Lui che si preoccupava dei pregiudizi che potessimo avere e che mostrava un orgoglio tangibile.
Ma un’esperienza di scambio è anche molto altro: è far crescere il proprio cuore per fare spazio a tutta l’ospitalità e l’affetto ricevuti dai nuovi amici, è mettere in discussione il proprio “io culturale” che così cambia la sua composizione e ti prepara ad affrontare il futuro con uno spirito diverso.
Io ero parte di un gruppo di 17 studenti, per lo più italiani. Abbiamo dimostrato capacità di adattamento e ci siamo immersi in situazioni nuove e coinvolgenti come una missione medica nelle zone rurali. Si trattò, quella, di una giornata indimenticabile. Per la prima volta avevo la contezza dell’esistenza di una di quelle zone in cui “il medico non arriva” (come avevo sempre sentito dire nelle pubblicità delle associazioni umanitarie). C’erano diverse case immerse in un panorama sabbioso e a tratti paludoso per la vicinanza con alcuni piccoli affluenti del Nilo. C’erano bambini in ciabatte che giocavano qua e là e ogni tanto passava un tuc tuc, un piccolo mezzo di trasporto pubblico per tre persone che si aggirava nella zona. Non c’era nient’altro lì. Solo una piccola struttura con poche stanze, per lo più vuote o scarsamente arredate, che funge da clinica medica. C’era l’infermeria, per i prelievi, un piccolo studio pediatrico in un’altra stanza (che per le visite aveva solo il lettino, senza nemmeno la carta), la farmacia era in un’altra camera ancora, in posizione intermedia tra quella adibita a studio dentistico e quella della medicina generale. Noi siamo arrivati alle 7 del mattino e c’erano già almeno 20 persone in fila. Per lo più madri con bambini piccoli al seguito. Tutti i medicinali vengono forniti gratuitamente e il personale sanitario che si reca nella zona è, di solito, rappresentato da specializzandi o studenti di medicina e odontoiatria. A volte nelle università si decide ad estrazione chi degli studenti debba andare, ma ai medici questo non conviene perché le condizioni lavorative sono al limite dell’umana immaginazione e le paghe rase al suolo. Non esiste un sistema sanitario alla base che supporti tutto questo. Di conseguenza la piccola clinica rurale viene lasciata spesso abbandonata.
Molti sono stati però anche i momenti di svago: la shisha che accompagnava le nostre serate, le gite alle piramidi o a Jabal Barkal, le mille pietanze gustate in compagnia (nonostante la gastroenterite non abbia risparmiato nessuno di noi).
A tante cose, inoltre, non riuscivo ad abituarmi assolutamente in Sudan: la sabbia ovunque, casa sempre piena di gente, troppi “com’è il Sudan finora?”, troppi inviti a matrimoni di sconosciuti.
Tutte cose che mi hanno fatto sentire una novellina. Come se non sapessi niente del mondo e di come la gente può capirti e sorprenderti.
Una sensazione per cui non finirò mai di ringraziare quell’angolo di Africa.

Timeline: il Sudan dal 19 dicembre 2018 al 3 giugno 2019

Dato che è importante coltivare la memoria (ché in questo momento storico ce n’è davvero bisogno), ripercorriamo insieme gli eventi di consistenza politica rilevante in terra sudanese, che ci aiutano a tracciare una linea del tempo di durata semestrale.

Il 19 dicembre, in seguito all’annuncio del rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità e del petrolio, i cittadini manifestano pacificamente lungo le strade di Khartoum (e non solo), tra l’indifferenza quasi totale della stampa italiana. Il bilancio è di decine di vittime.

Il giorno di Natale vede migliaia di protestanti spostarsi dallo stadio di Omdurman al centro di Khartoum per esercitare il semplice diritto alla libertà di espressione. Risultato: pallottole ad altezza d’uomo, arresti, pestaggi. Interrogatori. Intanto il dittatore Omar al Bashir tiene ancora in mano la situazione politica del paese, nonostante il rientro in città del capo delle forze d’opposizione.

Il 22 febbraio 2019 al Bashir scioglie il governo, ma sarà solo in seguito a sit-in di durata prolungata tenuti fuori dal quartier generale delle forze armate che, l’11 aprile si dimetterà definitivamente. Lascia tuttavia il paese nel caos.

Si forma un governo militare di transizione, con non poche difficoltà: Ibn Auf, capo del TMC (transitorial military council) e già figura di spicco all’interno del regime, annuncia la sospensione della costituzione e il prolungamento dello stato di emergenza. Mossa che è suonata come una volontà di continuità con i vecchi sistemi e i manifestanti, perciò, non sono arretrati di un centimetro.

Di fronte quindi alle pressanti richieste di una cessione di potere ai civili, Ibn Auf e Salah Gosh, capo dei servizi segreti, si dimettono.

Al TMC sale dunque Abdel Fattah al Burhan, ritenuto una figura poco compromessa con il precedente governo e qui si aprono le porte a veri e propri negoziati che avevano le sembianze, almeno in un primo momento, di una vera discontinuità politica.

Il 13 maggio però, uomini armati non meglio identificati hanno aperto il fuoco sui manifestanti raccolti al di fuori del quartier generale in un pacifico sit-in, uccidendo 5 innocenti e dichiarando, di fatto, la rottura di ogni possibilità di dialogo con la popolazione.

Il 3 giugno, infine, si è consumato reale massacro. Ad adoperarsi per lo scopo, però, non sono state solo le forze armate. Con loro sono stati assoldati dal governo i così chiamati Janjaweed, gruppo armato filogovernativo con il solo scopo di istituire un vero e proprio regime del terrore a spese dei cittadini. Sono stati già largamente impiegati nelle stragi della regione del Darfour e si servono di mezzi quali stupro, percosse, vessazioni e umiliazioni verbali e non, pur di scoraggiare la massa dal conseguire il proprio obiettivo.

La popolazione, però, è pronta alla totale disobbedienza civile.

Testimonianze di un amico…. 3

“….È lì che sai che alcune vite non sono così sacre. Non c’è nota positiva con cui chiudere oggi” È stato un risveglio particolarmente scioccante per me oggi, dopo aver ricevuto un’altra, pesantissima lettera. I dettagli l trovate di seguito.

What a world. What a country. What a life. No respect for the elders. No mercy for the young. No regard to human lives. On Tuesday 25th of December. The biggest protest in the history of the current government was held. It was a peaceful march towards the presidential palace. To simply hand a note to the President and his government to tell them about our frustrations and our anger towards their policies and peacefully ask them to simply leave. We asked for less than what we deserve. We asked them to simply just give us a chance to try and save this country. We didn’t ask that they pay us back what they took from us through the past 30 years. We didn’t ask that they be tortured or beaten or killed like the millions they’ve killed in wars and the thousands they’ve killed in Ghost Houses and the hundreds who are being killed everyday during our peaceful protests. The reply: shooting live ammo at the protesters, snipers on every rooftop hunting us down like wild animals. Arresting hundreds to be taken to god knows where and what happens there is beyond words to describe. Who’s your idol? Who’s your role model? Mine is my father. He is the strongest man I’ve seen and though he’s not perfect, he is the best there is. On Tuesday 25th of December my dear father was arrested during the protests. And I’m going to take you through what happened to him as he described it to me. 
A 70 years old nothing less than a gentleman, was literally dragged to the police truck. The lacerations on his legs and back are still bleeding. He was then thrown on his face onto the truck. His whole face is bruised and his eye is still swollen. In his own words they were taken into a house where they were beaten by batons then blind folded. He was then hit by a baton to the back of his head and he almost blacked out then but being the man he is he kept his head high and never showed a sign of weakness which meant he needed more beating to the soulless creatures that are the Government’s Ghouls. 
Once well beaten he was driven to a place far away and where no one can hear him scream. He was sat in a room that smells like feces and he was beaten there again. He was then laid down on his stomach with a police officer’s foot on his head pushing his face against the floor, while yelling “ You dare protest against us you cockroaches?” at the greatest man alive. He was then taken into an interrogation room where he was asked a million questions and he was asked wether he was just a protestor or an organizer among a million other questions. Bravely he answered all of the answers with every answer met by a boot to the back of his head throwing him off his chair. A 70 years old man! A 70 years old man! The heartless soulless nature of our government never fails to surprise me. He was then taken again to that room that smells like feces and again he was beaten without mercy and was again stepped on by a worthless scum who kept yelling the same thing over and over again “ that’s where you belong you cockroaches, beneath our feet”. 
After hours of beating and interrogation he was on his way to passing out, he was almost unconscious, at which stage he was splashed by freezing cold water then immediately hit on the head by a baton then smacked over his ears which ruptured his left eardrum causing him to bleed out of his left ear. He was then forced to sign a piece of paper which he didn’t know what was written on it because the scum who throw him on the truck broke his glasses once he threw him in. 
You’d think that’s all. He was then beaten until he was unconscious and driven away. He was thrown in a remote place over a pile of sand where he gained his consciousness just to realize that he has no money no ID no shoes and only pieces of blood colored clothes left on him because the rest was torn apart by the batons and lashes he had to endure. He managed to contact us and he managed to get to Khartoum ie; the capital where he protested. In other words he was thrown half way between the capital and the next state which is Algazeira. 
Today I learnt that not all life is sacred. And that not all life is worth the air they breathe. When you see your idol beaten down. When you see the strongest man alive being treated like a piece of crap by a worthless waste of a man, that’s when you know that some lives aren’t that sacred after all. 
The world isn’t a better place with all of us in it, the world is a lot better with some of us gone. Living isn’t enough to live. Sometimes death can be a mercy. But is it? Is it truly? I might not know because I’m still breathing, but I swear on everything that’s holy in this world I wish to have been dead to seeing my father treated that way. I wish to die now and not see him go through this life like this. 
There’s no positive note to end on today. Only sadness and hopes that this might actually make a difference. I heard somewhere that a pen is a stronger weapon than a gun or a sword. Until now, that hasn’t been the case. 
From the broken heart of Sudan.

Testimonianze di un amico… 2

December 25th 2018
A day to either go down in history as the day we got our independence from a government that has no affiliation with the people and doesn’t represent Sudan or the day we died trying. Either way it’ll go down in history. 
Working against a government is difficult but working against a media that works as hard as the government if not harder to keep our voices down is an even more difficult ordeal. A football game was the main gathering point last night. Thousands of people moved from the stadium in Omdurman towards Khartoum to practice their basic human right of freedom of expression. They moved a distance of almost 3 miles before being met by the police and the forces of Quick Support Unit and as usual nothing but brute force and monstrosity was shown. The protests however continued and the people perceived. After a while though the brutality became overwhelming and then when all hope was lost and it seemed like another massacre was about to happen the army intervened. Luckily for all of the heroic protesters they reached a point close to the military hospital in Omdurman and the military couldn’t Stand to watch this and they immediately opened the gates of the hospital and allowed all the protesters in and stopped the police from getting to them. An act that was unmatched and unpredictable given the fact that the media not less than 12 hours prior said that the army pledges its allegiance to the President and not the people. Once again proving the weak and feeble credibility of our impeccable media. 
On Tuesday. The December 25th of 2018 there will be an organized gathering and PEACEFUL march towards the presidential palace with one intent only, and that is to hand the President Mr. Omer Al-Bashir a note stating what we think of him and his government and asking them to step aside and listen to the people since he OBVIOUSLY only watches his media and trusts his own resources. 
“Those who do not move, do not notice their chains”. We moved and we are breaking those chains. Chains around our throats so that we don’t speak. Chains around our bellies so that we don’t complain about hunger. Chains around our feet so that we don’t move a limb. Chains around our hand so that we don’t point to whatever it is that displeases us. 
The world isn’t a better place unless we make it a better place for us. This country isn’t our home unless we make it our home. When you feel homeless in your homeland when you can’t feel safe around your own people that’s when you know you can’t feel safe anywhere and that’s when you know that your soul is broken. 
“No cause is lost if there is but one fool left to fight for it”

Testimonianze di un amico….1


Questa lettera mi veniva inviata da un caro amico, che vuole rimanere anonimo, il 23 dicembre. La sua voce merita di essere ascoltata. A lui il posto d’onore in questo neonato blog.

A letter to the world.
I’m a Sudanese citizen. Born and raised in Sudan. We have been the perfect nation to be ruled by anyone. We always kept our heads low and our voices down. We never argued or rallied and for over 30 years we didn’t oppose our rulers despite the hell we have been put through. We always blamed ourselves for whatever it is that faced us. But now it’s more than obvious that it’s not our fault anymore. It’s not our fault that the government drove away our brothers from South Sudan and murdered and butchered them to the extent that they decided they’ll be better off alone without any ruling or any identity than stay with us and endure the hell our government has put them through. And that’s when it all started to fall apart. Economy started crumbling yet whatever money left was never used to help the people or improve the country in anyway. We have been ruled by the best magicians in the world, with the best hiding tricks up their sleeves “how can you make a billion dollars in donations to the country turn to one million dollars?” “ how can you hide millions of dollars in income from gold and petrol without getting caught?” But their biggest trick was how they eradicated the very essence of humanity from our hearts. A Sudanese doesn’t care about his fellow man because all what he’s worried about now is how to get bread and support himself and his family, there’s no time for you to look around and wonder what’s wrong with my country? Where’s the guy who used to wash cars back in the days? Is he still alive? Is he even working still? Where’s the woman who used to bake the Kisra (Traditional bread)? She disappeared without a trace. When a country is in such a bad situation that the currency is just pieces of paper that have no value, that have no meaning. The world doesn’t even know we exist anymore.
This revolution started ages ago deep down in our hearts and souls but it never came out because we were still able to live, we were still able to survive, but now I can tell you one thing, a Sudanese would rather be dead than alive in Sudan. A Sudanese would rather die trying to change this and ensure a better future for his country and family than be alive and watch them starve to death. A Sudanese would rather stand next to their brothers facing the live ammo and the open fires and the rage of a government that knows no mercy and takes no prisoners than hide fearing for their own lives.
This doesn’t tell the whole story, and if I was to write about the country for years I won’t do it justice. And I won’t tell the story as it is because somethings are too much for mere words to express.
Don’t forget Sudan.

Sudan: decimo giorno di rivolte nel paese dei tre Nili

Aumento del costo del petrolio e duplicazione del costo del pane sarebbero la causa delle violentissime proteste che da ormai dieci giorni affliggono il Sudan. Questa l’opinione dei media locali, tutti ad appartenenza governativa.
Solo oggi, infatti al Jazeera pubblica la testimonianza di Sara Abdelgalil, presidente dell’associazione medici sudanesi in Inghilterra. Secondo lei questi ultimi rincari non sarebbero che la punta dell’iceberg, il risultato dello smantellamento dello stato sociale che va avanti da trent’anni.
Il Sudan è una dittatura islamica retta dal 1989 da Omar al-Bashir, ricercato per il genocidio in Darfour e responsabile dello sprofondamento delle condizioni socio economiche del suo paese.
Oggi, infatti, il regno dei faraoni neri presenta livelli di inflazione che sfiorano il 70%, il cambio ufficiale Pound Sudanese – Dollaro è passato da 29 a 1 a 45 a 1 (Anche se al mercato nero si parlava di un rapporto di 85 a 1 la settimana scorsa). Senza contare la disastrosa situazione dell’assistenza sanitaria: mancanza di infrastrutture adeguate, di medicine salvavita, addirittura nei PS pubblici è il paziente che deve provvedere all’acquisto delle garze e dei cerotti per le sue stesse medicazioni.
No, non è solo pane.
Migliaia di cittadini hanno occupato da domenica le strade di Khartoum e le università. Sembrano motivati a favorire un rovesciamento del regime, da quando persino Sadeq al-Mahdi, leader dell’opposizione, è tornato in città dopo un anno di esilio.
Con loro è solidale l’ordine dei medici, che ha dichiarato sciopero fino a data da definire e che si è detto pronto a lavorare solo per i pazienti in condizioni di emergenza.
Non si torna indietro.
Le forze governative rispondono con disumana repressione: poliziotti sparano ad altezza d’uomo contro i manifestanti (Secondo Amnesty International sarebbero già decine le vittime) e usano gas lacrimogeni per sciogliere la folla. Disattivate le reti telefoniche e si prevede che l’accesso a internet sarà bloccato presto.
Il rischio è che la reale portata di questa rivolta venga ignorata e che la voce dei Sudanesi rimanga inascoltata.

Giorgia Di Mascio

Ciao, mi presento!

Sono una studentessa di medicina particolarmente ficcanaso e avventuriera. Ho deciso di creare questo blog per raccontare quelle storie che mi stanno particolarmente a cuore: quelle in cui chi ha ragione perde, o rischia di perdere.

Ad Agosto sono stata tirocinante per un mese a Khartoum, la capitale del Sudan. Un viaggio che i miei amici credono di aver intrapreso con me, tanto che l’ho raccontato

loro.

Ebbene, in Africa ho fatto tante esperienze: alcune stupide e altre decisamente “lifechanging”. Tra queste ultime c’è l’aver conosciuto persone fantastiche che sono fiera di poter chiamare amici, e l’aver scoperto i confini della mia banalità, che ho capito essere spessi come un fondo di bottiglia.

In Sudan é in corso una serie di rivolte per tutto il paese che si propongono di buttare giù una dittatura trentennale, e attraverso le testimonianze dei protagonisti, cercherò di raccontare la vicenda tappa per tappa.

Giorgia