Sudan: decimo giorno di rivolte nel paese dei tre Nili

Aumento del costo del petrolio e duplicazione del costo del pane sarebbero la causa delle violentissime proteste che da ormai dieci giorni affliggono il Sudan. Questa l’opinione dei media locali, tutti ad appartenenza governativa.
Solo oggi, infatti al Jazeera pubblica la testimonianza di Sara Abdelgalil, presidente dell’associazione medici sudanesi in Inghilterra. Secondo lei questi ultimi rincari non sarebbero che la punta dell’iceberg, il risultato dello smantellamento dello stato sociale che va avanti da trent’anni.
Il Sudan è una dittatura islamica retta dal 1989 da Omar al-Bashir, ricercato per il genocidio in Darfour e responsabile dello sprofondamento delle condizioni socio economiche del suo paese.
Oggi, infatti, il regno dei faraoni neri presenta livelli di inflazione che sfiorano il 70%, il cambio ufficiale Pound Sudanese – Dollaro è passato da 29 a 1 a 45 a 1 (Anche se al mercato nero si parlava di un rapporto di 85 a 1 la settimana scorsa). Senza contare la disastrosa situazione dell’assistenza sanitaria: mancanza di infrastrutture adeguate, di medicine salvavita, addirittura nei PS pubblici è il paziente che deve provvedere all’acquisto delle garze e dei cerotti per le sue stesse medicazioni.
No, non è solo pane.
Migliaia di cittadini hanno occupato da domenica le strade di Khartoum e le università. Sembrano motivati a favorire un rovesciamento del regime, da quando persino Sadeq al-Mahdi, leader dell’opposizione, è tornato in città dopo un anno di esilio.
Con loro è solidale l’ordine dei medici, che ha dichiarato sciopero fino a data da definire e che si è detto pronto a lavorare solo per i pazienti in condizioni di emergenza.
Non si torna indietro.
Le forze governative rispondono con disumana repressione: poliziotti sparano ad altezza d’uomo contro i manifestanti (Secondo Amnesty International sarebbero già decine le vittime) e usano gas lacrimogeni per sciogliere la folla. Disattivate le reti telefoniche e si prevede che l’accesso a internet sarà bloccato presto.
Il rischio è che la reale portata di questa rivolta venga ignorata e che la voce dei Sudanesi rimanga inascoltata.

Giorgia Di Mascio

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